Condivisione del cibo

Tutto il mondo è paese

Quando ero bambino, la mia famiglia trascorreva le vacanze estive in un paesino del Sud Italia.

La spiaggia a pochi passi da casa, il rumore irregolare delle onde, il profumo intenso del mare, gli scogli, le piante di fico d’india, le partite di calcetto e pallavolo, i gelati, le passeggiate sul lungomare, gli amici, che da mesi fremevo di rivedere, sono tra i ricordi più felici.

Era tutto diverso rispetto alla città. Non solo tutto era più piccolo e lento, ma soprattutto noi ragazzi eravamo liberi di muoverci, correre, nuotare, giocare, crescere senza il severo e costante controllo dei genitori, senza vincoli di orario o di luogo. Si faceva la mezzanotte e credevamo di spingerci oltre i confini del mondo con il vento in faccia sulle nostre biciclette. Ci sentivamo grandi anche noi, mentre gli adulti veri, in quel contesto non si preoccupavano dei soliti pericoli e si godevano le vacanze in tranquillità. Certo poteva sempre capitare di sbucciarsi un ginocchio, litigare o farsi male, ma di certo non si temevano aggressioni o raggiri dalle altre persone. Semplicemente perché ci si conosceva tutti. Tant’è che a differenza della città nessuno si preoccupava di chiudere la porta di casa.

Ricordo, talmente era forte e diffuso il sentimento di fiducia tra la gente del posto, che si condivideva continuamente il cibo. Se tutto l’anno mangiavo solamente a casa e a scuola con le stesse persone, lì sfogavo la mia vivacità entrando e uscendo ad ogni ora dalle abitazioni degli amici o dei vicini, da solo o in compagnia, sperando di ricevere qualche frittella calda, un panino o della frutta dalle numerose mamme, zie e nonne occupate ai fornelli. Oppure capitava che qualcuno veniva improvvisamente a trovarci portando per pura cortesia una torta appena sfornata, il pescato del giorno, le ricottine fresche, i peperoni arrostiti (ma quanto erano buoni?!?!?) e tanto altro. E noi si ricambiava il favore. Spesso mia madre mi mandava a consegnare una teglia rovente da questo o da quello. Persino la spiaggia era quotidianamente teatro di un unico grande picnic dove tutti offrivano qualcosa. Insomma l’intero paese sembrava una grande famiglia dove non valeva la regola “non accettare caramelle dagli sconosciuti”.

Purtroppo, l’estate finiva velocemente e, prima o poi, si ritornava in città a frequentare le stesse poche persone e gli stessi luoghi chiusi e vigilati, dove persino tra condomini aleggiava paura, diffidenza e indifferenza. Mi sono sempre rammaricato di quella differenza, dei rapporti grigi, freddi e distaccati, di dover aspettare quasi un anno prima di sentirmi nuovamente libero e spensierato. Ormai sapevo che esisteva un modo più bello di interagire tra le persone. Così, negli anni iniziai a domandarmi quali fossero le cause di tale condizione esistenziale negativa e a conoscere i pericoli urbani che imprigionano tutti noi psicologicamente e fisicamente (diseguaglianza, povertà, criminalità, indifferenza, isolamento, violenza, ghettizzazione).

Tuttavia, crescendo mi sono convinto sempre più che si possa migliorare la situazione. Del resto si discute continuamente di come realizzare le famose smart community in un mondo frammentato di megalopoli invivibili. Molte sono le iniziative intraprese finora in termini di socialità e sicurezza, ma evidentemente non è ancora abbastanza. La mia infanzia mi suggerisce che un livello accettabile di fiducia e unione tra le persone nelle piccole realtà esiste perché si condivide il cibo di casa. Anche se, al contrario, si potrebbe ragionevolmente obiettare che in certi posti si condivide il cibo perchè esiste già un alto livello di coesione per motivi diversi (dimensioni ridotte del centro, parentela diffusa, ecc.). Insomma è la solita domanda: “è nato prima l’uovo o la gallina?”. Di certo condividere il cibo rafforza incredibilmente tale legame, perché chi ti offre generosamente da mangiare è difficile che possa farti del male. È forse questa la soluzione ai nostri problemi?

Oggi innovazione tecnologica e Sharing Economy ci supportano in questa direzione, dandoci l’opportunità di replicare in larga scala le naturali e semplici dinamiche dei piccoli centri abitati. Una community come Packsta, infatti, ci permette di condividere ovunque il cibo di casa in modo simpatico, sicuro e divertente per svagarsi, fare amicizia, aiutarsi, vivere nuove esperienze. Il cibo, infatti, è il principale strumento di coesione sociale. Condividerlo con chi ancora non si conosce è la più semplice e potente manifestazione di fiducia e unione che un essere umano possa esprimere verso gli altri. Più della condivisione della propria casa.

“Vivo grazie al cibo, mangio il tuo, vivo grazie a te (mi fido di te)”.

Diffondere questa pratica significa, sopra ogni altra cosa, superare i nostri limiti e favorire dal basso lo sviluppo urbano ed umano. Significa rendere le nostre città più aperte, sicure, inclusive, solidali…simili a quel posto dove andavo in vacanza. Vuole dire dare un significato nuovo, più ampio e reale alla frase “tutto il mondo è paese” e investire concretamente in felicità.

In fondo ci vuole poco, basta accendere il forno…

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