Cib di Helena Janeczek

“Cibo” di Helena Janeczek

“Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo” diceva Oscar Wilde. Oggi, al contrario, è diventato una delle principali preoccupazioni, ossessioni, manie; la cucina perfezionista, la cura estrema del corpo, insieme all’ordalia igienista/salutista di ciò che fa bene o male sono le ronzanti colonne sonore delle nostre giornate, specie nei mass media. Il messaggio continuamente veicolato è quello per cui se non sei perfetto, non stai bene.

Tuttavia, prendere sul serio il cibo è altra questione, in particolar modo se si affronta l’argomento dei disturbi alimentari (quelli veri) di cui purtroppo soffre un gran numero di persone. Di certo, senza tanto proporselo, lo fanno in modo aperto, sincero e leggero Elena, la donna che si racconta in questo libro, e Daniela, la massaggiatrice alla quale si rivolge per impegnarsi a fondo in una dieta dimagrante e per rimodellare il proprio corpo (anche lei con problemi di peso). Quello che condividono durante le loro sedute è qualcosa di profondo. A ogni piatto che nominano, a ogni ricetta o tradizione rievocata, riaffiora un ricordo, un’amicizia, un amore, un rito di famiglia, una ferita e, nel viaggio della memoria, entrambe acquistano maggiore consapevolezza delle difficoltà e la forza di superarle insieme.

Nei ricordi della protagonista si incrociano altre storie. Le creme di piselli e i krapfen delle feste di Ulrike, anoressica per desiderio di perfezione, nella Monaco dell’infanzia e dell’adolescenza di Elena; i praghesi gnocchi di pane alla prugna di Ruzena, obesa per allontanare l’incubo dei carri armati sovietici e il dolore dell’esilio; i gattò di Teresa, che cucinando rivendica la sua identità; i pranzi domenicali della nonna veneta e contadina di Daniela; fino alle aringhe salate che risvegliano in Elena la memoria dei kiddush del sabato nella sua famiglia ebraica, e soprattutto del padre scomparso troppo presto.

Il romanzo mescola e unisce individui e culture, difficoltà e vittorie e, con lodevole sensibilità, racconta al lettore il mondo dei disturbi alimentari, spiegando come il mangiare possa facilmente diventare un facile rifugio da una vita eccessivamente dolorosa e ingiusta, ma anche fornendo, tramite i racconti delle sue donne, un aiuto concreto su come trovare o rafforzare la volontà di affrontare le avversità, sviluppando un rapporto equilibrato con il cibo.

Alla fine, Helena Janeczek si riserva ancora lo spazio di una riflessione su una tragedia dei nostri anni, il crollo delle Twin Towers, attraverso le storie dei cuochi e dei camerieri che l’11 settembre si trovavano al loro interno, regalando ai posteri il ricordo della passione e della dedizione con cui quotidianamente svolgevano la propria professione.